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San Marculfo e la lepre

Una lepre fortunata

Quanto aveva lavorato S. Marculfo abate! Aveva costruito grandi monasteri, fondato città, e dissodato territori immensi della Gallia settentrionale lungo il fiume Oise.

Era ormai vecchio.

Prima di morire però volle compiere ancora un lungo viaggio a piedi, per portarsi dal re Childeberto, a Compiègne, a farsi dare atto di conferma del possesso dei territori dov’egli aveva fondato i conventi.

Il vecchio Santo, un mattino di luglio, ripone nella sporta da viaggio un po’ di pane, qualche frutto ed il libro delle preghiere, e col suo Angelo custode si pone in cammino, seguendo, a tratti, il corso del fiume.

Dopo ore ed ore di cammino s’accorge che non ce la faceva più. Aveva domandato troppo a quelle povere gambe.

Si siede sull’erba, in riva al fiume, all’ombra di un magnifico salice piangente, che con i suoi lunghi rami ricadenti in terra e mossi leggermente da quella sottile brezza che segue il corso delle acque, sembrava invitarlo festosamente al riposo.

Tira fuori dalla sporta il libro delle preghiere, che recita con grande devozione; poi si ristora un pochino con quattro bocconi di pane ed una mela, appoggia la schiena al tronco del salice, e socchiude gli occhi per un breve riposo…

Ai suoi piedi scorreva, liscia liscia, l’acqua fresca del fiume. Un pettirosso, sul ramoscello d’un cespuglio lungo la riva, guardava giù nell’acqua chiara una nuvola di pesciolini che si rincorrevano allegramente.

S. Marculf

Una povera lepre, inseguita rabbiosamente dai cani, s’era ficcata d’un salto fra le pieghe dell’ampia tonaca del frate. Aveva il cuoricino che tremava come una fogliolina…

Tutto era in pace. Il silenzio del luogo solitario pareva più alto per il frinire di qualche cicala, sulle poche piante disseminate nell’ampia distesa del prato.

Ad un tratto giunge alle orecchie del Santo un latrar frettoloso di segugi.

«Le solite cacce!» pensò Marculfo; e non si mosse.

Ma pochi minuti dopo, ecco un fruscio tra l’erba, da cui spuntano, tratto tratto, due occhietti terrorizzati, un paio di baffi lunghi e dritti, e due orecchie ritte e rigide che parevano inamidate.

Una povera lepre, inseguita rabbiosamente dai cani, s’era ficcata d’un salto fra le pieghe dell’ampia tonaca del frate. Aveva il cuoricino che tremava come una fogliolina…

«Ti vogliono ammazzare, povera lepre?» mormorò il Santo accarezzando l’animaletto.

Non aveva ancora finito di parlare, che un cacciatore giunge al galoppo fino a due passi da Marculfo, e senza tanti complimenti gli grida: «Come osi tu, prete, d’impadronirti della preda del re? Rendimi quella lepre, o ti taglio la testa!».

Il Santo lascia andare la bestia, ma i segugi restano immobili e il cacciatore cade da cavallo ferendosi gravemente…

Allora i compagni di caccia chiedono perdono della insolenza usata dal cacciatore e pregano Marculfo di guarirlo.

Il Santo non se lo fa ripetere due volte. S’alza da terra, solleva il ferito e lo guarisce sull’istante.

Appena partita la comitiva, dopo mille scuse e ringraziamenti, il vecchio monaco riprende la sua sporta e si rimette in viaggio.

Il re Childeberto, che stava cacciando in altra parte, venuto a conoscenza del fatto, si diresse subito verso il sentiero su cui s’era incamminato Marculfo.

Lo incontrò infatti ch’era ormai il tramonto. Saltato giù dal cavallo, abbracciò commosso il santo monaco, pregandolo di salire sul cavallo d’uno del seguito, e lo condusse con sé al castello di Compiègne, dove egli allora dimorava, per passarvi la notte.

Qui gli concesse tutto quanto egli domandava e sottoscrisse il documento di donazione perpetua, firmato pure dalla regina e dai vassalli presenti.

L’atto di carità verso la povera lepre non rimase senza premio…

St Marculphe et la lievre

Antico santino di San Marculfo


Testo tratto da: Domenico Casagrande, Santi e animali, Roma 1955, pp. 29-32.


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