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San Macario e la iena

Riconoscenza d’una iena

Facciamo una passeggiatina in Egitto e precisamente in quella zona desertica di Sceti, tutta colline brulle, disseminate di caverne e grotte dove si rifugiano di giorno le iene.

Molte di quelle grotte erano abitate da monaci santi, che si cibavano di erbe ed attingevano col cavo della mano qualche sorso d’acqua da una magra sorgente.

Di tanto in tanto i monaci si recavano sulle rive del fiume Nilo, a cogliere grandi fasci di giunchi con cui tessevano stuoie e sporte, che poi vendevano per ricavare denaro per i poveri e gli ammalati.

Uno di questi monaci più famosi era S. Macario. Un ometto piccolo, magro magro, con una barbetta rara e pochi capelli in testa. Vestiva un lungo abito nero che gli scendeva fino ai piedi scalzi, e sopra la veste nera portava una cocolla di pelle caprina.

Se ne stava Macario una sera nella sua grotta, assorto in preghiera fervorosa, quando udì alcuni colpi all’uscio. Un uscio per modo di dire; si trattava di tre pezzi di legno appoggiati all’imboccatura della caverna.

Chi sarà? Un altro monaco che viene a chiedere consiglio? -No! È una iena. Una iena dal pelo lungo e fitto, di color grigio giallastro, trasversalmente striato di nero sui fianchi e sulle zampe, dal collo tozzo e massiccio, con la testa stretta nella zona del cranio e larga agli zigomi, con due orecchie spelacchiate… La bestia tiene fra i denti per la pelle della schiena un suo nato, cieco d’entrambi gli occhi.

San Macario e la iena

San Macario e la iena – La bestia tiene fra i denti per la pelle della schiena un suo nato, cieco d’entrambi gli occhi.

La iena continua a battere con il capo, fin che una delle tavole cade e le lascia lo spazio per entrare nella grotta e deporre il suo nato ai piedi di Macario.

Il santo monaco guarda incuriosito la vecchia iena che, invece del suo urlo caratteristico, che somiglia ad una risata beffarda, emette certi lamenti da impietosire; e fissando il piccolo nato, alla scarsa luce che entra dal pertugio lasciato dalla tavola caduta, s’accorge che l’animaluccio è cieco.

Lo prende amorevolmente fra le mani, gli bagna gli occhi con un po’ di saliva e… la bestiola, che subitoci vede, corre alla madre per succhiare avidamente il latte. Macario osserva, compiaciuto, la scena fin che la iena, dimenando la coda e facendo altri gesti festosi, si riprende il suo piccolo e s’allontana allegramente…

Il giorno appresso, Macario se ne sta seduto su un sasso, vicino alla caverna, intrecciando giunchi e bisbigliando preghiere, quand’ecco giungere la stessa iena; questa volta essa ha una pelle di pecora fra i denti, che depone ai piedi del monaco. Quella pelle di pecora voleva essere un dono riconoscente al Santo per la grazia ricevuta il giorno prima.

Ma il monaco, appena la vide, esclamò: «Come puoi tu avere quella pelle se non avessi mangiata la pecora? Non voglio regali, frutto di ingiustizia! L’accetterò solo a condizione che tu mi prometta che non recherai più danni ai poveri, rubando e mangiando le pecore!».

La iena non finiva più di far segno col capo che prometteva seriamente.

Il Santo accettò il dono e benedisse la iena, che lanciato un urlo di gioia, partì a gambe levate verso la tana…


Testo tratto da: Domenico Casagrande, Santi e animali, Roma 1955, pp. 18-21.


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